31/10/10

Il Sig. Larotula scrive:

"Mi chiamo Gennaro Larotula

Le scrivo in proposito a quello che è successo ieri sera.
Seguendo la sua rubrica avevo già avuto il sospetto che lei avesse qualche rotella fuori posto, ma non sospettavo lei fosse completamente pazzo.
Le farà piacere sapere che mio figlio è ancora in ospedale in prognosi riservata.
Io e mio moglie abbiamo già contattato un avvocato.
Le faremo presto avere nostre notizie."


Caro sig. Larotula

Io vi afere già spiecato cosa essere successo ieri sera.
Suo caro figliuolo ha suonato campanello ti casa mia festito ta fantasmino e chiesto me Dolcetto o scherzetto?
Io afere detto lui che non afevo tolcetto ma solo pochi pezzi di trippa al sugo molto puona che però lui non ha foluto.
Allora lui ha fatto brutto scherzetto: ha fatto molta pipì su ti mie piante Encephalartos brevifoliolatus in giartino. Sapete foi quanto costano Encephalartos brevifoliolatus? Meglio se io ti dire in orecchio.
Io afere tato lui tante ti quelle mazzate che anno prossimo potrà risparmiare solti per comprare maschera ti mostro.
Saluti a lei e sua signora.

27/10/10

il cazzo di Jack era lungo venti centimetri. fumava due pacchetti di sigarette al giorno e lavorava come collaudatore di profilattici in una grossa multinazionale del settore.
la media nazionale oscillava tra i quattordici e i diciotto centimetri, ma lui non si era mai dato troppe arie. per lui il sesso era una pratica sopravvalutata, uno stupido lavoro come gli altri.
la natura ci ha fregati per bene, pensava il cazzo di Jack, ha posto le zone erogene sul glande agli uomini e a circa otto cm nella fica alle donne, e tutto quello che consentiva al pianeta di girare su se stesso, era l’attrito tra queste due bizzarre zone dell’anatomia umana. tale sfregamento era la causa scatenante, il motore di ogni cosa: le guerre mondiali, la meccanica gravitazionale, l’oscillazione della borsa, la moda in voga quest’anno, lo smalto sulle unghie dei piedi, la sveglia alle sei del mattino, i regali di compleanno, i compleanni, la flessioni e gli addominali, gli straordinari in ufficio, il conto in banca e naturalmente il conto del chirurgo estetico.
al cazzo di Jack non gliene fregava niente, a lui piaceva soltanto una cosa, guardare la televisione.
da giovane si era sposato con la vagina di Marie, una fica pelosa come tante, ma che il tempo e la vita avevano impietosamente slabbrato. gestiva una farmacia del centro e aveva tanti milioni in banca quanti peli sul monte di venere. discendeva da una famiglia benestante, mentre il cazzo di Jack era sempre stato uno stronzo senza un soldo infilato nelle palle, e anche adesso che faceva il collaudatore, una figura professionale considerata per ovvi motivi di tutto rispetto, guadagnava il minimo indispensabile per contribuire modestamente al bilancio familiare. eppure per farlo stare sveglio in ufficio gli strizzavano le palle dalle otto alle dodici ore al giorno.
si era sposato perché l’avevano fatto anche i suoi genitori. l’amore, per il cazzo di Jack, era una parola di cinque lettere in fila una dietro l’altra come formiche fameliche, come i sacramenti della religione cattolica, e quando era di buono umore, come i carri allegorici del carnevale di Rio.
il cazzo di Jack e la fica di Marie non avevano mai avuto figli. il cazzo del primario dell’ospedale aveva attribuito la causa agli spermatozoi di Jack, troppo piccoli e lenti, incapaci di arrivare alle voluminose ovaie di Marie per trivellarle.
all’inizio fu un duro colpo per la passerina di Marie, che cominciò ad odiare il cazzo di Jack più di prima. poi le passò, come il fiume degli anni passa, e si accontentò dei suoi milioni e dei suoi due viaggi all’estero all’anno.
al cazzo di Jack non era mai piaciuto viaggiare: le prenotazioni, le lenzuola sintetiche degli hotel, le passeggiate nei centri storici, le cartoline da non sapere a chi spedire, i ristoranti costosi, anche se alla fine pagava sempre la carta di credito di Marie. lui sopportava tutto, ma lei non sopportava lui, che si sarebbe portato dietro quella maledetta televisione anche in Tibet.
al ritorno a casa dopo la dura giornata di lavoro, rosso e grosso come una aragosta, l’unica cosa che gli desse un po’ di pace era quella scatola fatta di suoni, colori e volontà popolare, capace di farlo addormentare subito e sognare di grandi rivoluzioni.
ogni tanto cercava di darsi da fare col suo dovere coniugale, si infilava dentro sua moglie a ritmo isterico e asincrono e i suoi spermatozoi se ne andavano in giro da per tutto tranne dove avrebbero dovuto.
un brutto giorno, la multinazionale dei preservativi, sotto la pressione della concorrenza, decise di trasferire la produzione in Africa per ridurre i costi della manodopera, e di sacrificare alcune risorse per far quadrare il bilancio alla chiusura dell’anno fiscale.
la media Africana oscillava tra i 20 e i 26 cm e il cazzo di Jack fu licenziato con due mesi di preavviso.
per la fica di Marie fu la goccia che fece traboccare il vaso. chiese il divorzio e se ne andò in Jamaica. si tenne la casa, il garage e la macchina. al cazzo di Jack toccò solo la televisione, per gentile concessione della moglie, così gli aveva detto l’avvocato.
passò a tre pacchetti di sigarette al giorno e prese in affitto un monolocale nella seconda periferia della città. furono gli anni migliori della sua vita.
poi fu la volta del Giudizio Universale e anche le palle di Jack si trovarono faccia a faccia col Signore onnipotente.
- allora, come ti sei trovato nella vita? - gli chiese il Pene di Dio.
- non mi posso lamentare Signore, grazie.
- hai qualche lamentela da fare? qualcosa che credi potremmo migliorare?
- non lo so Signore, - rispose il cazzo di Jack come fosse stato sorpreso dalla richiesta. - però, ora che ci penso, non mi sono mai spiegato alcune cose.
- tipo? - chiese il divino Pene recuperando un taccuino dal cassetto della scrivania celeste.
- per esempio mio Signore, perché i neonati muoiono?
il Pene ci pensò un po' su. - beh, per tanti motivi. possono cadere dal seggiolone o strozzarsi col biberon...
- no Signore, non intendevo in questo senso...
- lasciamo perdere. qua mi risulta che ti sei sposato due volte ma hai divorziato solo una.
- sì mio Signore, con la mano di Jack non abbiamo mai avuto problemi.
- il matrimonio è un sacramento lo sai?
- si mio Signore lo so, io li ho fatti tutti i sacramenti, anche la sacra unzione, spero.
- come ti spieghi questo fallimento agli occhi di Dio?
- vede mio Signore, la vagina di Marie era una brava vagina, forse un po’ viziata, ma voleva solo essere felice come tutti quanti gli altri.
- felicità? - chiese il divino Pene. - che bella parola. l'hai inventata tu? che cos'è?
il cazzo di Jack rimase qualche secondo interdetto, poi risolse.
- per me, mio Signore, era quando guardavo la televisione.
- la Televisione? - fece il Signore eccitato come un bambino. - anch’io adoro la televisione.
- ma va?
- certo, dove credi che vi guardi tutti i santi giorni dall’inizio dei tempi?
davanti a quella rivelazione il cazzo di Jack si sentì molto sollevato, forse aveva guadagnato un sacco di punti, e si rilassò sullo schienale della sedia in attesa della vita eterna.

26/10/10

la dottoressa Lisa Santacroce viveva da sola in un attico in cento, un loft con parquet in rovere wengè, soppalco in acciaio e plexiglass in camera da letto, caminetto in stile moderno, muri a vetro e cento metri di terrazzo. all'interno, un Barcelò si intonava perfettamente al divano a forma di bocca con la firma di Dalì, posto di fronte ad un tavolino da caffè con il marchio di Frank Gehry, sul quale poggiava vigoroso un vibratore con la faccia di Pablo Picasso.
tutto troppo costoso persino per suo lauto stipendio. era nata ricca, figlia di un ammiraglio della Regia Marina Occidentale, ma con gli altri usava dissimulare la sua fortuna con stile, grazia e autoironia.
pur non disdegnando l'esplorazione eterosessuale, prediligeva circondarsi di belle donne, che amava intrattenere con originali dissertazioni letterarie preliminari all'amore saffico. mal volentieri invece sopportava le vigorose disquisizioni sul campionato di calcio, i leziosi sguardi e le crepuscolari flatulenze degli uomini.
scalza e con indosso solo una vestaglia di seta nera, si avvicinò alla finestra e diede un'occhiata al mondo che fermentava mefitico diversi piani più in basso. l'orologio sulla parete segnava quasi mezzanotte, il suo ospite sarebbe arrivato a minuti, così aprì l'anta della finestra e accese lo stereo su Summertime di Gershwin cantata da Ella Fitzgerald.
- bel pezzo, - disse una calda voce maschile alle sue spalle. - anche se avrei optato per qualcosa di meno struggente.
la dottoressa aveva riconosciuto la voce del suo ospite e non diede cenni di sorpresa.
- ciao Poe. - il gatto era seduto sul ripiano in marmo accanto alla finestra con l'anta aperta. - ben tornato.
- ti avevo chiesto non non usare il mio vero nome coi candidati. - disse il gatto leccandosi imperturbabilmente i genitali a zampe aperte.
- è una vecchia pratica, io uso sempre il mio.
- scelta tua, Lisa. tu hai il tuo stile, lascia che io abbia il mio.
- va bene, - sorrise lei, - ti chiedo scusa. - hai sete? un po' di latte?
- meglio del bourbon con ghiaccio, grazie.
Lisa versò il whiskey in una scodella, ci annegò due cubetti di ghiaccio e la posò davanti a Poe.
- come sta? - chiese la dottoressa sedendosi sul divano.
- è guarito. - rispose il gatto, cercando di frenare l'impulso di saltare sulla deliziosa nudità delle sue gambe accavallate. - adesso sta sempre in casa. ha perso il lavoro. anche lui va pazzo per Tom e Jerry. - poi si fermò, guardandola con malizia. - non ti sarai mica affezionata?
- non fare il geloso, la gelosia ottunde il cervello.
- ti sei affezionata.
- sono io responsabile del suo stato di salute. se il candidato muore o impazzisce sarò costretta a cercarmene un altro e andarci a letto per sei mesi prima di riprendere il protocollo.
- non dirlo a me, odio cambiare appartamento di continuo, a parte l'asportazione dei testicoli, quella mi diverte un sacco.
- a proposito, - fece lei recuperando dal freezer il barattolo coi testicoli modificati e poggiandolo sul tavolo di Frank Gehry. - questi devi impiantarglieli il prima possibile, siamo in ritardo.
- non credo sarà problema, non fa che dormire tutto il giorno.
Lisa si accese una sigaretta e Poe diede qualche leccata al whiskey, sbirciando impunemente i suoi piedi scalzi.
- alcuni psicologi affermano che le donne vedano nei gatti una proiezione dei bambini. - fece lui. - sai, il piacere di tenerli in braccio, accarezzarli.
lei lo guardò di sbieco. lui diede altre leccate al whiskey.
- altri invece, - continuò - sostengono che i gatti rappresentino l'incarnazione dei loro più solidi ideali. entrambe sono creature così libere e indipendenti, ma in grado di allacciare forti legami e di amare.
- ci stai provando Poe?
- ma no, - mentì lui - dicevo solo per parlare. lo so che preferisci le gattine. - e per stemperare l'imbarazzo andò a recuperare il barattolo dei testicoli congelati.
- e quello che roba è?
- è Pablo,  - rispose lei soffiando una colonna di fumo. - un regalo di compleanno.
Poe si avvicinò al vibratore, lo fissò con sospetto e gli diede una annusatina sperando di carpire qualcosa.
- di solito lo lavo dopo l'uso.
- ti ha trovato il punto G? - chiese Poe cercando di nascondere l'invidia sotto il sarcasmo.
- io non cerco, io trovo. - disse il vibratore e fece l'occhiolino.
Poe rimase immobile, fece a meno delle sopracciglia per un po', quindi tornò al suo whiskey e lo finì.
- ne vuoi ancora? chiese lei.
- no grazie, è meglio che vada adesso, prima che mi si scongelino i testicoli.
- credo di si.
Lisa si avvicinò al gatto e lo accarezzò dalle orecchie alla punta della coda.
il gatto fece le fusa, miagolò qualcosa, afferrò il barattolo coi canini e saltò fuori scomparendo nella notte.

20/10/10

aveva detto "Poe sta morendo, tienilo tu, io non posso". aveva detto "non ti preoccupare, ha solo una settimana di vita".
un mese dopo il suo ricovero in casa mia, il gatto si era completamente rimesso, mentre io mi ero ammalato di qualcosa che il medico non era riuscito a diagnosticare. si limitò a prescrivermi Zerimov gocce, le stesse del gatto, tanto a lui non servivano più.
per trovare conforto ero stato dalla nonna, a un isolato dal mio appartamento. qualche parola di conforto, magari un tè caldo, ma la nonna aveva optato per il limoncello. il suo limoncello era famoso perché si vedeva al buio e quando lo versavi i bicchieri iniziavano a tremare.  
ci finimmo mezza bottiglia.
- è venuto proprio buono sta volta vero? - faceva lei e versava.
- basta nonna, non ce la faccio più. - facevo io e lei apriva il liquore al cioccolato.
quando mi alzai dalla sedia mi sembrò di stare in un acceleratore di particelle. spaccai un atomo sul pavimento e dentro ci trovai Mino Reitano.
- che cazzo ci fai lì?
- che ci fai tu lì.
cercai di scappare, ero già sull'uscio quando mia nonna continuava a farmi gavettoni di sambuca. poi guadagnai l'uscita.
una volta a casa infilai la chiave nella serratura, di solito bisognava giocarci un po’ prima di sbloccarla, ma la porta si aprì da sola dall’interno. la spalancai e vidi Poe sculettare dalla porta di ingresso verso la cucina come se la porta l’avesse aperta lui, ma forse ero solo ubriaco e malato.
mi chiusi dentro e buttai via la chiave dal balcone, nel caso mi fosse venuta ancora voglia di uscire. andai nel tinello per accendere lo scaldabagno, schiacciai l’interruttore e quello mi scoppiò in faccia senza tanti scrupoli. per un istante fu capodanno in casa mia. 
se gli oggetti provassero dolore in certi momenti spaccherei tutto.
Poe nel frattempo si era impadronito del divano, se ne stava stravaccato davanti alla televisione senza badare a me e mancava poco che chiamasse la pizzeria per ordinare una pizza al tonno. non ricordavo di aver lasciato la tv accesa. mi sedetti accanto a lui con la faccia tutta sporca per l'esplosione. provai a prendere il telecomando ma il gatto mi graffiò la mano. ero pieno di graffi da per tutto. avvertii un fremito di freddo e nausea. assunsi le 20 gocce di Zerimov serali, mi scelsi un angolo pulito sul pavimento in fondo al corridoio, raggomitolai il delirio in una coperta e buonanotte.
la mattina del giorno seguente mi destai che era già mezzogiorno.
appena preso coscienza del risveglio, mi resi conto e non senza stupore, di possedere quel vigore, proprio degli esseri viventi, che nelle ultime settimane avevo pensato di aver irrimediabilmente perduto. i dolori ai reni e alle gambe erano spariti. finalmente ero guarito. 
aprii tutte le finestre e feci accomodare il sole in casa mia, l’aria fresca del mattino avrebbe spazzato via rassegnazione e paura. 
addebitai quella miracolosa rinascita ai farmaci, cancellai il risentimento verso quelle aspre gocce trasparenti, alle quali adesso, riconoscevo grato tutto il loro potere guaritore. 
corsi in bagno per farmi una doccia. sotto l’acqua corrente mi strofinarmi le testa, il collo, poi le spalle, l’ombelico, il culo, ma quando passai la spugnetta sulla zona inguinale un dolore simile a un pizzico mi fece sussultare.
mi sedetti sul bordo della vasca e accavallai le gambe per controllare cosa avesse provocato quella fitta. orrore e sgomento. il mio scroto era completamente atrofizzato, svuotato come una prugna secca. c’era una lesione, una specie di incisione ancora fresca.
le mie palle erano sparite. mi avevano fregato le palle. 
urlai per un po'. poi mi rivestii senza asciugarmi in preda al panico e dopo due minuti ero già in macchina diretto verso lo studio del dottore.
cosa è successo? chi mi ha fatto questo? quando?
parcheggiai davanti ad un divieto di sosta. il portone dello studio medico era aperto, salii al primo piano ed entrai nella sala d’attesa.
c’era solo un vecchietto con cappello e bastone ad attendere il suo turno, seduto su una delle sedie di plastica rossa che risaltavano il pallore medico delle pareti. dapprima camminai su e giù per la sala, poi impaziente mi sedetti anch’io cercando di recuperare la calma. raccolsi dal tavolo di cristallo una rivista e la aprii ad una pagina a caso. titolo: il Giudizio Universale tra 10 anni - Rivelazione del Mago Aldilà: dopo il successo al botteghino del film di natale che lo ha consacrato al grande pubblico, il Mago Aldilà annuncia la sua candidatura alla presidenza della regione Liguria e afferma: ”La Liguria non morirà, nessun ligure sopperirà alla volontà di un Dio ciarlatano e tiranno che non sia Io”.  
la porta del dottore si aprì e ne uscì una donna con la faccia da tumore al seno.
- avanti il prossimo. - fece il dottore dal suo studio. 
il vecchio ci mise un’eternità solo per alzarsi dalla sedia, e cominciò ad alternare piedi e bastone con la stessa frequenza delle stagioni. non ci sarebbe mai arrivato a quella porta.
- scusi ma è una cosa urgente. - dissi io, e lo anticipai con uno scatto, mentre il vecchietto si fermò a imprecare come quando i motorini gli passano accanto per farlo spaventare.
mi buttai sul lettino ed esposi il mio scroto secco al dottore senza perdermi in inutili chiacchiere. 
- ah si si si, - fece il dottore. - ma guarda che roba.
- di che si tratta dottore?
- lei è circonciso.
- già, ma non è questo il punto.
- vedo.
non seppe che dirmi. mi liquidò prescrivendomi Zerimov gocce e mi consigliò di farmi vedere da un veterinario.
cosa avrei potuto fare? chiamare la polizia per denunciare un furto di genitali?
tornai a casa così come ne ero uscito, senza testicoli e senza prepuzio.
Poe, per conto suo, stava sempre steso sul divano a guardare la televisione, con una strana smorfia dipinta sul muso. provai a prendere il telecomando ma minacciò di mozzarmi una falange. così mi sedetti per terra e mi vidi Tom e Jerry insieme a lui.
una mezz’oretta dopo qualcuno suonò il campanello. andai ad aprire. davanti a me c’era un ragazzetto, forse di origine pachistana, con un casco in mano e un cappellino rosso a visiera con la scritta ProntoPizza.
- è lei che ha ordinato la pizza al tonno? - chiese il ragazzo.
- dia pure a me, - gli risposi. - è lo stesso.

17/10/10

Gesù fu il primo. entrò nella divina sala del trono sotto il peso di una pesante croce di legno massiccio, lasciandosi dietro una scia di sangue e fango terreno. dapprima il Signore non ci fece caso, perché sprofondato nella poltrona divina e concentrato sul programma televisivo, poi lo vide.
- che fai con quella croce? - chiese.
- trasloco. - rispose Gesù, posando il suo greve fardello in un angolo della sala celeste.
- guarda che hai combinato per terra, e adesso chi pulisce?
- posso pensarci io. - era la voce di San Francesco, appena affacciatosi nella sala reale a piedi scalzi e con un cardellino sulla spalla.
- no grazie caro, - fece il Signore. - lo farò fare ad Abramo.
il cardellino cinguettò qualcosa nell'orecchio di Francesco.
- sta zitto.  - fece lui.
seguirono nell'ordine San Michele Arcangelo con la spada in mano, San Patrignano con la spada nel braccio, San Martino ubriaco di vino rosso, San Paolo con un assegno in bianco, San Siro con una tromba da stadio, San Daniele tagliato fine, San Carlo più gusto e San Benedetto del Tronto, principale località turistica delle Marche.
il Signore cominciò a spazientirsi per il baccano irrispettoso degli ospiti e alzò il volume della tv. la scimmietta Kong, il presidente degli stati occidentali, stava per fare il suo discorso alla nazione. 
trascinarono la gabbia sulla tribuna del Vittoriano e liberarono il presidente davanti ai microfoni, il quale, slacciandosi i bottoni del doppio petto blu e senza perdersi in chiacchiere, esibì ai giovani sottostanti ben venti centimetri di minchia, mandando la folla in visibilio.
in quel frangente fece ingresso nella sala celeste Santa Lucia. qualcuno dei presenti emise un fischio di apprezzamento e San Martino prese a barcollare verso di lei.
- uau, - fece. - che begli occhi che hai! - e stramazzò al suolo scivolando sul fango misto a sangue del Salvatore. tutti risero e continuarono a fare casino.
- per favore, - fece il Signore. - abbassate la voce. 
niente da fare.
Battista Giovanni, rimasto fino a quel momento nascosto dietro una pianta, decise che quello era momento giusto per l'azione. diede uno scatto, tenendo il secchio pieno d'acqua santa con entrambe le mani, e si avventò su Gesù Cristo. quando fu sufficientemente vicino lanciò la secchiata verso di lui, ma Gesù notò il movimento con la coda dell'occhio e con un colpo di reni riuscì a schivare il flutto battesimale, il quale andò a infrangersi interamente sul Signore Dio onnipotente.
- BASTA! E CHE CAZZO! - fece il Signore. - USCITE TUTTI DA QUI! ADESSO!
i santi mortificati eseguirono l'ordine del capo e lo lasciarono solo nella divina sala celeste ridotta ormai a un centro sociale gestito male.
Dio si guardò in giro e abbassò le braccia al cielo. bisognava lavare tutto, da cima a fondo. 
- ABRAMO! - urlò, e recuperò la posizione in poltrona davanti alla tv.