Dio si sedette sconsolato sul trono dell’esistenza, si tolse la scarpe da ginnastica e si accese una sigaretta.
- non me ne va bene una. - pensava.
da circa tre mesi stava lavorando invano ad un nuovo palingenetico progetto: il Terremoto Universale.
diede un’altra occhiata al manuale di Scienze delle Distruzioni, e adirato lo scaraventò via causando involontariamente un maremoto.
- Giuseppe. - chiamò.
- sì, mio Signore. - Giuseppe si presentò al cospetto di Dio, tutto sporco di fuliggine e con una falange in meno.
- Giuseppe, - fece il Signore con tono pacato e magnanimo. - i parametri di convergenza di implosione erano tutti sbagliati.
- ma, mio Signore...
- è il terzo pianeta che facciamo esplodere in una settimana.
- capisco Signore ma...
- devi capire che devi lasciarmi qualcuno che tramandi l’esperienza.
- si mio Signore.
- senza contare l’impatto sul sistema gravitazionale. - osservò Dio nella sua infinita pietà e Giuseppe rimase in silenzio.
- Giuseppe, chiama Gesù, che gli devo parlare.
- Giuseppe, chiama Gesù, che gli devo parlare.
- sì mio Signore e incontrastato Padrone.
- non esagerare Giuseppe.
- sì Padrone. - e andò via.
nell’attesa del suo figlio prediletto, Dio andò a rilassarsi sul Sinai, e per non farsi fotografare dai turisti, assunse le sembianze di un germoglio di papavero all’ombra di un grande cipresso.
dopo pochi minuti, una coppia di giovani amanti, dileguatasi dallo zibaldone e dalla cagnara del turismo organizzato, trovò riparo dal sole accecante all’ombra dello stesso grande albero.
lei era bella e di grembo fruttifero, lui era forte e di ceppa generosa, e nessuno dei due aveva qualcosa da dire. l’uno di fronte all’altra si privarono delle vesti, come San Francesco fece dei suoi averi tempo addietro, e si avvicinarono lentamente fino a toccarsi rivelando spavaldi le loro qualità somatiche, come Adamo ed Eva ancora prima.
lui le carezzò gentilmente i capelli e con leggera pressione della mano sulla nuca, le suggerì amabilmente di attenersi alla prassi.
- mi ami? - chiese la ragazza.
- per niente. - rispose il ragazzo.
tuttavia lei si chinò su di lui senza indugio alcuno, affinché ogni altro pensiero svanisse superfluo dalla ragione di entrambi, spensierati come bambini e intimi come scimmie antropomorfe che si spidocchiano.
per tutto il tempo, un enorme punto esclamativo lampeggiò in corrispondenza di un germoglio di papavero a non più di mezzo metro da loro.
poi l’incanto svanì, in un fiotto di sperma, e i due amanti appagati seguirono il sentiero a ritroso lungo le aride pendici della sacra montagna.
il germoglio di papavero rimase solo, in silenzio, e con talento creativo, iniziò a meditare su questo eterno stato delle cose.
io che ho inventato la donna, mai ne ho avuta una.
proprio in quel frangente, Egli sentì un rumore di passi provenire del sentiero.
- padre, - disse una voce. - mi hai fatto chiamare?
- oh, figlio mio. si, ti stavo aspettando. vieni, siediti accanto a me. scusami sai, ero sovra pensiero.
- sovra pensiero? - chiese Gesù con profonda apprensione.
quando Dio era sovra pensiero capitava sempre qualcosa di strano, come fu per le crociate, l’inquisizione e l’olocausto.
- si, figlio. solo depresso.
- cosa è accaduto padre, hai forse concepito qualche nuova pandemia che stenta ancora a seminare panico e devastazione?
- non è solo questo figliuolo, - disse il Signore. - mi manca l’ispirazione. mi sento solo.
- solo? - Gesù si adombrò nel più inopportuno dei presentimenti.
- sì figlio, voglio una donna.
- ma padre, - fece Gesù con la pazienza che lo ha reso celebre. - sei tu l’uomo e sei tu la donna, sei tu il bene e il male, il più e il meno, la mamma e il papà, …
- no. ho deciso. posso io essere immagine e somiglianza di un ermafrodita? posso io esortare all’amore se non ho Io per primo un complemento, nulla oltre me stesso da amare? tu tornerai sulla terra figlio, mi troverai una donna, e la troverai bella, con i capelli neri, gli occhi verdi e la carnagione chiara.
- mio Signore e padre compassionevole, di tutte le idee che hai congegnato dalla notte dei tempi, questa è sicuramente la più stravagante.
- dimentichi Adamo figlio mio, dimentichi Adamo. tu tornerai al mondo, nascerai uomo e morirai uomo ancora una volta, spero approfitterai per imparare un po’ di aritmetica, tuo padre carnale è un disastro.
- non mi piace la aritmetica.
- si, sarai figlio di quei due ragazzi che dianzi hanno giaciuto qui, all’ombra di questo grande cipresso, mi pare perfetto. tra l’altro mi risulta che il maschio diventerà professore di matematica.
- ma mio Signore e padre onnisciente, come la mettiamo con la verginità della Madonna?
- siamo nel terzo millennio figliuolo, non ci crederebbe nessuno.
- è vero, - convenne Gesù. - gli uomini non credono più in niente ormai.
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