10/10/10

fui vittima di un fatto estremamente insolito. avevo subito nella fattispecie un furto nel mio appartamento. non so come, ma erano riusciti a fregarmi la camera da letto. tutta la camera da letto.
quella sera ero tornato a casa presto, mi ero fatto una doccia ghiacciata perché lo scaldabagno era incazzato e quando andai in camera da letto per recuperare un paio di mutande pulite la stanza era sparita. l’intera stanza, comprensiva di muri pavimento e finestra.
quello che mi rendeva tanto freddo, a fronte di una simile circostanza, era proprio la singolarità della sua natura e la vivace curiosità che ne scaturiva.
qualcuno suonò il campanello di casa. andai ad aprire la porta d'ingresso come paperino, completamente nudo dalla vita in giù.
era Lisa, con in braccio una grossa scatola di cartone da imballaggio con un grosso fiocco rosso che legava il nastro grossolanamente avvolto attorno ai lati.
- sei circonciso. - osservò lei prima ancora di salutare.
- non lo sai? stiamo insieme da sei mesi. - lei voleva fare l'amore sempre con la luce spenta.
- auguri. - fece lei porgendomi la scatola col fiocco.
- non è il mio compleanno, e non è nemmeno natale.
- i regali più belli sono quelli inaspettati, no?
Lisa entrò in casa e poggiò la scatola sul pavimento della cucina.
- che cos'è? - le chiesi con un po' di tensione nervosa.
- c’è solo un modo per saperlo.
sciolsi il nastro e levai il coperchio della scatola.
un gatto. sotto una piccola coperta su misura c’era un felino bianco, con una macchia nera sull'occhio destro. appena lo vidi sollevò il musetto e mi salutò con un sibilo, poi un colpo di tosse e si nascose sotto la coperta.
- si chiama Poe.
il micio sgattaiolò nuovamente fuori dalla coperta e sembrò adombrarsi nel ricambiare lo sguardo della ragazza.
fui laconico: - non ci penso neanche.
- ha la leucemia.
- a maggior ragione.
- non infetta l’uomo, solo gli altri gatti, non posso tenerlo da me, e neanche dalle mie amiche perché anche loro hanno altri gatti in casa, e l’eutanasia costa un sacco di soldi.
- impiccalo, fallo sembrare un suicidio.
- mi accollo tutte le spese necessarie, verrò qui per somministrargli l’antidolorifico ogni giorno, si tratta solo di aspettare.
- quanto tempo ci vorrà?
- non più di una settimana. - assicurò lei.
preparai il caffè, svuotai il tavolo nell’immondizia e ci sedemmo a sorseggiare con la leucemia felina nella scatola al centro della stanza.
- non mi piacciono i gatti. - affermai fissandola.
- peccato, chi ama i gatti bella donna piglia, dicono i tedeschi.
- si ma un gatto non chiede, prende, dice Garfield.
- che cazzone.
non mi aveva sempre parlato così. all'inizio era molto più dolce. le prime settimane eravamo due biccioncini:
- sei la mia patatina novella.
- e tu il mio orsetto grizzly.
- sei una crostatina di fragole.
- e tu il mio kebab di montone.
adesso mi chiamava cazzone.
- mi hanno fregato la camera da letto. - affermai.
- la camera da letto? - fece lei. - in che senso?
- tutta la camera da letto, anche il pavimento.
mi guardò come se fossi frenastenico e non la biasimavo.
- che vuoi dire anche il pavimento? le piastrelle?
- no no, proprio il pavimento.
- cioè? vedi gli inquilini del piano di sotto e loro vedono te?
- non te lo so spiegare, è meglio se lo vedi di persona.
Lisa andò a vedere, io rimasi in attesa. sentii la porta della camera da letto che si apriva e dopo qualche secondo che fu richiusa.
Lisa tornò in cucina e notò che ero ancora nudo.
- come mai sei circonciso? mi chiese.
rimasi a fissarla, la sparizione della camera da letto non la impressionava per niente.
- da piccolo avevo una fimosi prepuziale.
- a si? cioè? - e riprese posto sulla sedia.
- il prepuzio era poco elastico e mi faceva male. il medico generico aveva detto che da piccoli esiste un metodo più pratico piuttosto che operare chirurgicamente. mi spogliò, mi fece sdraiare, lo prese tra le dita e distraendomi con delle chiacchiere gli diede un colpo secco.
- hai. - fece lei un po' dolorante un po' divertita.
- ma i tuoi erano presenti?
- si certo, mio padre mi teneva fermo le gambe e mia madre le braccia.
- poverino.
- sverginato sanguinosamente dalla mano del mio medico generico. ricordati di continuare a scapocchiare, si raccomandò, altrimenti si cicatrizza com’era prima e siamo punto e da capo. infatti andò proprio così, poi mi sono fatto circoncidere. i miei continuavano a chiedermi se continuavo a scapocchiarmi tutti i santi giorni.
- li hai presi in parola.
- che vuoi dire?
- beh, prima di incontrare me non è che uscissi con molte ragazze.
finii il mio caffè. lei era meravigliosa e io ero pazzo di lei.
- facciamo l'amore. - giudicai.
- uff, - sbuffò lei guardando l'orologio. - dove?

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