02/10/10

lanciai il mozzicone di sigaretta fiammeggiante oltre il bordo del marciapiede ed entrai nel locale. dentro la solita fauna, un documentario già visto. tutti completamente diversi nei modi e nell’aspetto da com’erano mezz’ora prima, quando erano soli in casa a prepararsi per la serata, coi loro amici piede, ascella e buco di culo.
dapprima girai a vuoto, tra conoscenti e sconosciuti, in cerca di Lisa. poi la vidi. bellissima, capelli neri di velluto, pelle chiara di alabastro, una deliziosa cicatrice sul sopracciglio sinistro, e un ciccione imporporato dall’abuso di alcool per giovani seduto di fronte a lei. ancora non riuscivo ad udire le sue parole, ma lo vedevo agitarsi nel tentativo di procurarsi qualcosa da raccontare agli amici quella stessa sera.
mi avvicinai al tavolo e la salutai con un cenno del capo, non la vedevo da un mese, mi sembrava passato un anno.
il ciccione invece sembrava Lou Ferrigno.
- è lui? - chiese a Lisa rimanendo seduto.
- sì, è lui - rispose lei, - almeno credo. sei dimagrito?
- sì, - affermai - ho iniziato a fumare.
- al posto tuo, - fece prevedibilmente Lou, - non avrei fatto aspettare una ragazza del genere tutto questo tempo. - e si sollevò dal tavolino eclissando le luci stroboscopiche dietro la sua stupida mole.
- io invece al posto tuo andrei di corsa in bagno a farmi una sega, Lou. - e presi posto al tavolo concentrandomi su di lei. - scusa per il ritardo.
lei si limitò ad alzare il sopracciglio con la cicatrice. che schianto.
sentii toccarmi la spalla.
- scusa, ti spiacerebbe ripetere quello che hai detto? - era la voce di Lou.
- no, - dissi io senza voltarmi. - hai capito benissimo.
immaginai il babbeo dietro di me, rosso in faccia e furente di puerile orgoglio, col cervello in loop, indeciso se spaccarmi la faccia o lavorare di fantasia.
senza staccare lo sguardo da Lisa, presi il biglietto che avevo in tasca e lo poggiai sul tavolo. era la sua lettera di addio.
- e questo cosa significa? - le chiesi.
- significa addio ciccio.
di nuovo avvertii il muscoloso dito picchiettare sulla mia spalla.
- hei, testa di cazzo. - fece Lou.
- scusa ragazzo, - dissi io voltandomi appena e guardandolo con la coda dell’occhio. - è meglio se vai a giocare con gli altri bambini che qui stiamo parlando di cose se… - e a quel punto lievitai dalla sedia tirato per il bavero della giacca, ritrovandomi faccia a faccia col ciccione, il quale, caricato bene il destro dietro la schiena, me lo spedì con posta prioritaria dritto sul grugno.
almeno questo è quello che avrebbe voluto lui, poiché quello che invece accadde fu che il ciccione si ritrovò col braccio dietro la schiena, la faccia schiacciata sul tavolino e la forchetta per le patatine puntata sotto il mento.
- allora ragazzo, - feci io calmo come un Dalai Lama con l'atrofia muscolare. - che cos'è che devi fare adesso?
- andare a giocare con gli altri bambini. - indovinò Lou.
- ma prima cosa ti devi fare?
- una sega nel bagno.
- bravissimo. - feci io quasi orgoglioso di lui. così mollai la presa e lo lasciai andar via senza farsi più vedere.
finalmente soli.
- è finita. - ripeté lei guardando la forchetta per le patatine. - e si è fatto tardi.
fece cenno di alzarsi ma la bloccai afferrandole la mano, e incapace di inventarmi qualcosa di meglio decisi di raccontarle tutto, la sacrosanta verità.
e cominciai dall’inizio.

1 commenti:

Lou Ferrigno ha detto...

No, per la precisione, volevo solo dire che non sono scappato per paura. Ho semplicemente preferito rispettare la loro privacy.

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